IO APPARTENGO
- Simona
- 22 feb 2022
- Tempo di lettura: 4 min
Come spesso mi capita prima di iniziare a scrivere un post, analizzo bene il tema di cui voglio parlare. Penso a quanto è stato importante per le persone che seguo, quanto lo è stato per me e quanto ho imparato da esso. Quando tutti questi valori sono molto alti, ecco che il desiderio di scrivere diventa importante.
A questo punto cerco di leggere qualcosa sul tema che sto per affrontare. Mi lascio guidare dall’istinto. Vado a riprendere qualche libro nella mia libreria, qualche romanzo che ho letto e che sento legato al tema. Ascolto qualche canzone, penso a qualche film. Mi lascio trasportare dalla mente e spulcio anche in internet.
Oggi volevo affrontare con voi il tema dell’APPARTENENZA…e andando alla ricerca di questa parola nelle mie esperienze quotidiane ho pensato a come in ogni serie tv che io abbia visto le persone siano sempre catalogate per gruppi di appartenenza. Ogni protagonista è legato a delle caratteristiche che lo accomunano ad altre persone.
Questo aiuta nella visione degli episodi e aiuta anche noi spettatori a sentirci più o meno vicini ed in empatia con il protagonista nel momento in cui possediamo anche solo alcune delle caratteristiche del gruppo di appartenenza. Se poi sentiamo di averne molte in comune, il sentimento è ancora più forte!
Madoka Ayukawa, personaggio femminile protagonista di una serie manga molto famosa, nota in Italia come Sabrina di “Johnny è quasi magia” dice:
Ci sono legami che vanno oltre il contatto fisico, la vicinanza e la vista. Percorrono strade invisibili, fino ad arrivare nella testa. Si diramano in tante viuzze chiamate: comprensione, “ascolto”, telepatia, empatia, appartenenza
Ringrazio una delle persone che seguo per avermi dato questo spunto a partire dalla sua grande passione per i manga!
Ed è proprio così come dice Sabrina. L’appartenenza va oltre il fisico, oltre i sensi, oltre il concreto. Mira direttamente alla testa, ai pensieri, all’essere ed è legata a qualcosa che fa stare bene. Ci fa sentire che, anche se nella vita abbiamo i nostri problemi, le nostre difficoltà, da qualche parte noi apparteniamo.
Nel mio lavoro l’appartenenza è una fase importante di quel percorso che accompagna la persona autistica a comprendere il suo essere, il suo KI.
Affrontando la diagnosi, leggendo insieme le relazioni che la compongono, dando nome a quelle mille e più domande che la persona si fa spesso dalla più tenera età, compare ad un certo punto il tema del “non sei sola/o, ma ci sono molte persone autistiche sulla terra”.
Inizialmente agisce direttamente la solitudine vissuta per anni e le osservazioni sono: “non è vero”. “ma dove?”, “come no”.
Col tempo, a volte anche mesi se non anni, emerge il bisogno umano di appartenere e di sentirsi parte di qualcosa. La persona a volte spulcia da sola in internet, guarda film o legge libri e inizia a riportare alcune similitudini osservate.
Quello che fa capolino è la sensazione che quello che si è provato per anni, quello che si è non è esclusivo, ma legato anche a qualcun altro. Ecco che come ci dice Sabrina, quel legame che unisce la persona autistica a qualcun altro arriva invisibilmente alla testa e si fa strada verso il cuore!
Qualche giorno fa mi sono imbattuta in alcuni versi di Gaber:
L’appartenenza non è lo sforzo di un civile stare insieme. Non è il conforto di un normale voler bene. L’appartenenza è avere gli altri dentro di sé
Parole potentissime che in poche righe racchiudono l’importanza che voglio trasmettere a tutti voi!
Appartenenza vuol dire finalmente non sentirsi soli, perché quelli che sono simili a me non sono più un’entità astratta, ma fanno parte di me. Li sento miei e in questo mi aiutano.
Condivido con voi un’esperienza che io stessa ho vissuto con una persona che seguo da quasi un anno, il cui KI risplende in modo strepitoso. Una persona in gamba, che accogliendo sé stessa con tutte le sue caratteristiche ha trovato finalmente la serenità del vivere.
Poco tempo fa ha vissuto un’esperienza molto potente. Mi ha riferito di aver partecipato ad un incontro tra persone autistiche. Non un incontro come noi psicologi siamo portati a pensare, con le sedie tutte in cerchio e tematiche personali pronte da sviscerare. Una semplice serata al pub tra persone che condividono un KI più similare in alcune espressioni.
Le parole che mi sono state dette hanno fatto breccia direttamente nel cuore.
“Per la prima volta mi sono sentita appartenere. Per la prima volta non mi sono sentita giudicare. Non mi sono controllata e trattenuta. Perché finalmente tutti erano proprio come me”
Credo fermamente che clinici, educatori, insegnanti e le famiglie stesse debbano ben tenere conto di quanto sia importante il sentirsi appartenere. Di quanto possa dare serenità e benessere ad un KI che spesso si vive come deficitario, manchevole e quindi non meritevole. Gli stessi clinici hanno il compito di accompagnare in questo e supportare le famiglie in quel processo di appartenenza complesso che abbraccia la neurodiversità.
Non è facile, ma se trovato il gruppo che si costruisce al proprio interno ha funzioni importanti e potenti.
E la stessa persona trova quel piccolo sospiro di sollievo, che in realtà è uno di quei respiri che apportano ossigeno e vita!
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